Di nuovo bene. – Fine, again.

Ero andato in città per qualche scatto, come spesso faccio quando ho voglia di scrollarmi la tigre dalla schiena…chilometri di camminate, come sempre per poi fermarmi nel bar di Peppo, l’unico che resiste alla sfilata dell’orrido dei marciapiedi attorno, sui Navigli di Milano. Dentro sembrava di essere nel solito film in cui hemingway e Bob Dylan capitano nello stesso bar…man mano che si avvicinava la sera la sfilata di merde si incrementava, fuori…decisi di andarmene a casa.
La gente nelle auto sembrava telecomandata e senza sguardo, sembrava scorresse su dei binari. Una ragazza mi camminava alcuni metri in avanti, mentre costeggiavamo un cantiere. Un operaio, isolato in mezzo alle macerie la guarda, la fissa, la guarda andarsene poi rimasto solo con i suoi pensieri tira fuori il mento, stringe i pugni davanti alla vita e simula ciò che farebbe se se la stesse facendo da dietro. Pare soddisfatto mentre ricomincia a martellare macerie.
Guido ascoltando musica, c’è un cazzo di traffico, sotto casa faccio 10 giri per parcheggiare il mio rottame, alla fine vedo un portone con un catenaccio arrugginito con una scritta verniciata “LASCIARE LIBERO IL PASSAGGIO.”

Parcheggio lì.

Salgo in casa e Cake, il mio gatto nero mi si striscia attorno subito e si butta a terra per giocare e all’improvviso lo schifo non esiste più e tutto va bene di nuovo, mi sento bene.

 

I went to take some street photography shots as I usually do to throw the tiger away from my back. Miles of walking, then, my bar…the one safe from the stupid fashion show outside in this Milan area…the usual lovely place between jazz music and freaks that make the place look like hemingway and Bob Dylan are drinking together. I deeded to go home, outside the shit was overwhelming the streets.
People driving looked Ipnotized, like driving on the railroads.
A girl walks in front of me while we pass close to a yard. A laborer watch her, fix her, until she disappears then he takes his chin out and and, fist closed, acts like he’s fucking her from behind. He looks satisfied while he starts with his hammer again.
I drive back, listening to music, the traffic is fucked, I have to turn several blocks looking for a parking, then I spot an old gate with painted over “LEAVE THE PASSAGE FREE”.

I park there.

In the house Cake, my black cat starts immediately to play with me and suddenly the world disappears and I’m fine again.

Room 108

Reblogged from Max S. Volonté Blog:

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I can’t stand in this empty room anymore where the windows are closed where the bottles run dry too soon where I can’t breathe where there’re books looking at me where pictures leave their marks on the walls where there aren’t any exit door where I catch cold where you’re not in where there’s no love where I’m still going down this spiral where there’s no music where we can’t talk where we can’t listen where we can’t see the sea where there’s not a smell of coffee where the sun can’t come in where there is …

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Un sogno. – A dream.

Faccio dei sogni pazzeschi a volte, e vorrei diventassero delle foto…

Una volta, non moltissimo tempo fa ho fatto un sogno…lavoravo in un locale e dovevo fare questo spettacolo in cui c’era anche una ragazza di nome Maria…faceva la parte della bambola: cantava, poi roteava i bulbi fino a mostrare il bianco degli occhi e indossava un vestito spagnolo, ad un certo punto le svitavo una gamba e tiravo fuori una bottiglia, da cui bevevo selvaggiamente.

Un sogno, contorto, deforme, scuro e violento. Insomma, una cosa per famiglie.

 

I dream some strange dream now and then, and I wish they could be pictures, often..

One time, not too long ago I dreamed about me working in a bar and I had to take this show for the clients with a girl named Mary. She had the part of a doll. She could sing, then she rolled his eyes until we could see only the white part. She wore a spanish dress. Suddenly I unscrewed a leg to take out a bottle to drink rawly.

A deformed, twisted, dark and violent dream. Let’s say: a good thing for families.

Strangels (Strange angels)

E’ tanto che non trovo il tempo di mettere su foto nuove, sebbene ne abbia moltissime.

Forse non sono ancora stanco di quelle vecchie.

E’ che sono stato indaffarato, ero imbottigliato nel traffico, avevo un pessimo avvocato e il giudice mi ha punito come esempio. Ho passato mesi a raccogliere cotone, scaricare merci, provare scarpe nuove per persone troppo indaffarate per farlo. Inoltre, ho dovuto scavare una enorme buca dietro casa. Capirete che proprio tempo per la street photography non ne ho avuto.

 

Too much time since my last pics, maybe I’m not tired of the old takes.. I’ve been really busy: trapped in traffic, I had the worst lawyer and the judge punished me as an example so I had to spend months collecting cotton, downloading trucks and trying brand new shoes for people too busy for doing it. At the end I had to dig a giant hole in the back of my house. You’ll easy understand I had no time for street photography.

Fiction?

In un momento in cui le storie posate e le immagini renderizzate sono così comunemente accettate, mi riempie di gioia sapere e notare che la vita reale sappia offrire situazioni molto più affascinanti e strane di qualunque cosa io possa creare a tavolino..street photography, come cura e ispirazione, e fuga.

dal punto a al punto b

Con un paio di amici, uno venuto da lontano….dal punto al punto b, poi indietro, esplorando tutte le possibilità attorno e dentro di noi..incontri, storie, vite,lezioni… ognuno con uno sguardo diverso..street photography contrastata, buia, sgranata, abbagliante.

Come la realtà attorno.

 

 

Niente canzoni d’amore

niente canzoni d'amore

NIENTE CANZONI D’AMORE

 

Caro Direttore,

mi rendo conto che ho fatto passare la scadenza, ma sono stato afflitto da un sacco di stupidaggini, come litigi con la mia donna, guasti alla macchina, un ospite che mi si è fermato in casa per una settimana, e svariate altre cose che non mi ricordo. Una cosa che invece mi ricordo è che dovevo farmi rinnovare la patente. Ogni volta che vado a farmi rinnovare la patente, in quel momento comincio a rendermi conto di quanto sono invecchiato, è un segno che uno si sta avvicinando alla tomba, e come segno è più forte del Capodanno e dei compleanni, e anche se di morire in realtà non mi dispiace affatto, quello che mi dà fastidio è la certezza. Così ogni quattro anni, al momento di andare a rinnovare la patente, io decido di andare a farmi una bevuta colossale. Dopo averlo fatto, il mattino dopo guidavo verso il Dipartimento della Motorizzazione Civile di Hollywood, ma avevo troppo mal di testa per affrontarlo. E continuavo ad avere dei momenti di buio. Quindi girai a destra, trovai un bar su dalle parti di Hollywood Boulevard, su Las Palmas o su Cherokee, credo, parcheggiai la macchina, entrai, mi sedetti, rimediai una Heineken dal barista, niente bicchiere, e mi feci una bella sorsata…

Un paio di sgabelli più in là c’era una vecchia ragazza che pareva avesse delle setole di porcospino al posto dei capelli. E sembrava che avesse fatto un buco al centro di un lenzuolo, per giunta sporco, e poi ci avesse infilato la testa e se lo fosse messo addosso.

«Ehi,» disse lei.

La guardai in maniera più diretta.

«Io sono Helena la Zingara,» disse.

«Philip Massbell, controllore del traffico aereo, disoccupato,» risposi io.

«Vuoi che ti legga la mano, Philip?»

«Quanto?»

«Una birra.»

«OK.»

Helena trascinò quella sua tunica da Ku Klux Klan fino allo sgabello accanto al mio, mi afferrò la mano sinistra, la voltò e cominciò a percorrermi il palmo con le dita.

«Ah,» disse «la tua linea della vita è molto lunga. Avrai una vita molto lunga…»

«Questa è vecchia. Dimmi qualcosa di nuovo»

«Ah» strofinò un altro poco «la birra che preferisci è la Heineken.»

«Ti ho detto di lasciar perdere le stronzate.»

«Oh, ora sì che lo vedo!» esclamò.

«Cosa?»

«Stai per essere scopato, entro un’ora.»

«E da chi? Da te?»

«Forse. Hai venticinque dollari?»

«No.»

«Non da me…»

Lei ebbe la sua birra, io finii la mia e me ne andai di là. Mi misi in macchina e presi a sinistra sul viale, verso la Motorizzazione. La mia testa stava un po’ meglio, ma mi sentivo ancora annebbiato. Avrei dovuto passare quella stronzata di esame senza neanche avere aperto il libro, ma questo andava bene. Quello che non sopportavo era dover fare le lunghe code e guardare il didietro della testa della gente. Il didietro della testa non è così terribile come il davanti, ma comunque è orribile. Andai avanti…

Mentre mi fermavo al successivo semaforo sentii un’improvvisa necessità di escrezione. Per distrarmi diedi un’occhiata giù per il viale. E vidi questa ragazza seduta sulla panchina della fermata dell’autobus, poteva essere Marilyn Monroe rediviva, solo un po’ più sbattuta. E con i fianchi più pieni e di certo una smorfia più lasciva. Io sorrisi alla sua gonna tirata su a farmi vedere molto di più di quanto avevo visto per mesi, e lei vide che guardavo e ricambiò il sorriso. Io sorridevo. Lei sorrideva. Era tutto un mondo di sorrisi. Proprio nel momento in cui il semaforo passava al verde lei balzò su e si mise a correre verso la mia macchina. Diedi un calcio con la gamba destra e la portiera si aprì di scatto lei scivolò dentro come un grappolo d’uva pronto a farsi spogliare di tutti i suoi chicchi.

Il tizio della macchina dietro di me suonò il clacson e urlò: «Se non ti ammazza quella baldracca allora a te non ti ammazza più nessuno!».

Diedi un colpo all’acceleratore e la macchina fece un balzo in avanti. Quando le gettai uno sguardo lei si stava grattando l’interno di una coscia.

«Mi chiamo Rosie,» disse lei.

«Gordon Plugg,» le dissi io.

«Che cosa vuoi, il Gran Profondo,» chiese Rosie «o il Giro del Mondo? Vuoi il Sale di Epson, il Cane Bruno o il Mar Giallo? La Frusta a Filo? La Coppa Aspirante? Il Manico di Scopa? Faccio anche la Maria Tre Mani e lo Spazzacamino. Tu che vuoi?»

«Io voglio rinnovare la mia patente,» le dissi.

«Ci vogliono cinquanta sacchi.»

«Fai anche quello?»

«Certo.»

«Sei in gamba…»

Lei mi guardò mentre si accendeva un pezzo di un piccolo sigaro già incominciato. «Hai proprio un’aria stramba, vecchia scorreggia. Hai l’aria che dovresti essere già morto ma ti sei dimenticato di crepare.»

«Vedrai che ci riuscirò.»

«Qual è il tuo problema?»

«Ci sono delle cose che mi danno fastidio tutto il giorno e tutta la notte, Rosie.»

«Dimmene qualcuna…»

«Beh, per esempio, ogni volta che mi metto addosso i pantaloni la mattina e abbasso la mano io penso sempre, ma funzionerà la lampo? Ora, è chiaro che di solito funziona. Ma quello che mi dà noia è: perché mi deve venire i mente questo pensiero? Che bisogno ne ho? È energia sprecata, completamente inutile.»

«Perchè non vai sa uno strizzacapocce?»

«Quello che mi servirebbe è uno strizzacapocce che non ha bisogno di una strizzatina lui pure, e di questi non ce n’è neanche uno»

«Vuoi dirmi che le persone non quasi tutte pazze?»

«Beh, quasi tutte le persone hanno chiusure lampo. Solo che il loro livello di intensità e di confusione è differente quando si tratta della chiusura lampo e altre cose del genere…»

Rosie sbadigliò. «Quanto ci vuole ancora per arrivare da te?»

«Cazzo! Pensavo che andavamo da te»

Rosie ruttò in un anello di fumo di sigaro. «Fanno dieci dollari in più.»

«OK, ma voglio sempre il rinnovo della patente di guida.»

«Lo avrai»

«Sarà una cosa notevole,» dissi.

«Potrei farti un Banana Split con panna già qui in macchina mentre tu guidi…»

«No, voglio il rinnovo della patente di guida.»

«Sei proprio certo di esserci preparato?»

«Una volta ogni quattro anni…»

Rosie mi guidò per le strade, e a un certo punto ci trovammo da lei. La casa sembrava fatta di compensato, i lati un po’ imbarcati e il tetto storto. Ma aveva davanti una palma maestosa.

Io seguii il suo culo che ondeggiava, mulinava e cantava e chiedeva di essere liberato dalla gonna, quel culo che chiedeva la liberazione di quell’elettricità che viene dalle ghiandole dell’uomo – quell’elettricità puzzolente che continua a mandare avanti la bruttezza delle specie attraverso l’inutilità dei secoli. Io lo seguii, come avevano fatto quelli che erano venuti prima di me.

Rosie aprì con un calcio la porta, e notai un numero imprecisabile di ragazzini che se ne stavano seduti o andavano in giro per i fatti loro. C’era un ragazzetto chinato in due che lavorava a incollare un modellino di aeroplano. Rosie andò da quella parte e gli mollò un calcio in culo che lo sbatté fino alla parete di fronte.«David, ti ho detto do smetterla di sniffare quella colla! Ti mangia via quel cazzo di cervellino che hai!»

David scosse la testa per riprendersi, alzò il medio contro Rosie e strillò: «Vaffanculo, e crepa!»

Un altro piccolino stava seduto con addosso una maglietta di Timothy Leary. Aveva lo sguardo triste come di chi è appena uscito da un orfanotrofio: doveva avere circa quattro anni. C’era una ragazzina con in mano una foto di Burt Reynolds. Avvicinò la fiamma a un accendino a quella grande bocca maschia e sorridente. La bocca si annerì e si aprì in un buco «Burnt Reynolds,» disse.

Rosie stava guardando me. «Prima i soldi.»

Gliene diede uno da cinquanta e uno da dieci. Lei la mise da qualche parte e cominciò a spogliarsi. Contrariamente alla maggior parte delle donne era meglio spogliata che con addosso i vestiti.

«Rosie,» dissi io piano «i bambini…»

«Tutte cose che hanno già visto un sacco di volte. È come un vecchio film, li annoia e basta. E annoia anche me…»

«Ma, Rosie, io voglio il rinnovo della patente di guida!»

«Il cliente che paga viene sempre accontentato.»

Rosie spense la lampada appesa a un filo, e poi si gettò, braccia e gambe spalancate, su una stuoia sporca. Io mi avvicinai, tirai giù la lampo dei pantaloni, e mi persi entro la magica immensità di quel corpo, le tette, le cosce. Mi vennero in mente nuvole e cascate, pensai di aver fortuna ai dadi, e poi pensai, Cristo santo, non mi sono neppure tolto i vestiti, neppure le scarpe. Le mie dita affondarono nei suoi capelli, ed ebbi la sensazione che fossero pieni di sabbia. Aveva un odore di guanti di gomma bagnati. Mi sentii triste, mi vene da piangere, ma non sapevo per cosa. Poi la bocca di Rosie si aprì sotto la mia. È sola, pensai, è proprio sola. No, pensai, sono io che sono solo. Aveva la lingua fredda, la morsicai, e lei mi infilò le unghie nella schiena, strappandomi la camicia. Sentii un po’ di sangue. Portai giù la mano e cominciai a giocar laggiù, andava proprio bene, benissimo, e poi ero dentro e lei andava proprio bene, non era una fica di quelle che stringono ma poco ci mancava, e poi non seppi più se era giorno o notte o dove mi trovavo, ma tornai giù dal soffitto e pensai, è solo un sogno, un gran bel sogno, e riposai su quel corpo magico, poi mi rotolai da una parte e…

Ero davanti a una machina fotografica, c’era una vecchietta grassa e allegra con occhi che parevano noci, aveva più o meno la mia stessa età, che disse: «Avanti, sorridi! Non fa mica male!»

Io sorrisi. Il lampo di un flash…

«Lei riceverà una patente provvisoria,» mi disse la vecchia «e le invieremo per posta la patente definitiva tra trenta-sessanta giorni.»

In quel momento guardai in basso e mi accorsi che avevo la chiusura lampo aperta. Abbassai la mano per tirarla su. Questa volta non ci riuscii. Rotta.

Uscii dalla porta e sentii l’aria fresca entrarmi dallo strappo sul dietro della camicia. La macchina era nel parcheggio. Ci entrai, mi accesi una sigaretta, diedi un calcio al pedale dell’accensione. Uscii nel parcheggio e sbucai in strada. Non era stata una cattiva giornata e, stando all’orologio sul cruscotto, ce n’era ancora un bel pezzo.

Magari potevo fare un salto in spiaggia o andare al cinema. Il cinema non mi piaceva ma era un bel po’ di tempo che non ci andavo. Decisi di farlo. Accesi l’autoradio e trovai una canzone d’amore, una terribile canzone d’amore. Il mondo era pieno di schifose canzoni d’amore. Spensi la radio e qualcosa mi fece venire in mente che dovevo ancora andare in bagno.

Trovai un distributore di benzina, ci entrai, uscii dalla macchina e andai verso il gabinetto maschile. L’addetto al distributore mi vide. «Ehi, bella, hai la patta aperta.»

«Sì, lo so…»

«Senti,» mi disse «quelli che usano i nostri cessi, noi preferiamo che prendano qualcosa, qui.»

«Gonfiami un po’ le gomme,» gli dissi.

Entrai nel cesso, trovai la tazza, avevano persino i copriwater di carta. Ne misi giù tre, abbassai pantaloni e mutande e mi lasciai andare. È stato allora che ho notato la tua rivista, giù per terra, senza copertina, strappata e un po’ bagnata e così triste, ti rendi conto, lì sul pavimento del cacatoio, e mentre la buttavo via mi è venuto in mente che non avevo rispettato la tua scadenza e ho deciso di scriverti e di raccontarti la storia, che è questa.

- Charles Bukovski